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Wednesday, June 23, 2010

La Svizzera e noi

Piccola riflessione sul gentile invito del Consigliere Confederale svizzero Dominique Baettig (foto a destra). Cercherò di essere sintetico e schematico, anche se sarei tentato di scrivere a fiume.

I fatti

Ormai tutti saprete che, qualche giorno fa, il Consigliere elvetico della destra cristiana anti-europeista Dominique Baettig ha proposto al Conseil Fédéral svizzero di votare una mozione che presupponesse l'eventuale agevolamento dell'integrazione di nuovi cantoni alla confederazione. Ecco cosa diceva Baettig:

Considerando la mancanza di interesse della classe politica nazionale ed europea di cui soffrono determinate regioni limitrofe, nonché la loro volontà di ottenere l'autonomia dallo Stato centrale (o da Bruxelles), il Consiglio federale è incaricato di proporre quanto prima all'Assemblea federale un quadro costituzionale e legale operativo, che permetta eventualmente, se auspicato dalla maggioranza della popolazione in questione, ai seguenti Dipartimenti, Province e Länder limitrofi:

Alsazia (F); Aosta, (I); Bolzano (I); Giura (F); Voralberg (A); Ain (F); Savoia (F); Baden-Würtenberg (RFT); Varese (I); Como (I); o altri (lista aperta I),

che hanno già espresso tale desiderio in passato, di aderire alla Confederazione elvetica quali nuovi cantoni svizzeri con diritto d'iniziativa e di referendum, i vantaggi di un sistema di democrazia diretta.

Il Consiglio federale, temendo presumibilmente un’invasione della Wehrmacht tedesca in caso di annessione di Stoccarda, ha però risposto picche:

Una revisione della Costituzione federale che permetta alle regioni limitrofe al nostro Paese di unirsi alla Confederazione svizzera costituirebbe un atto politico ostile, che gli Stati vicini potrebbero considerare, a giusto titolo, provocatorio e nuocerebbe gravemente alle relazioni con i Paesi in questione.

Una tale revisione non sarebbe soltanto politicamente inopportuna, bensì anche problematica sul piano del diritto internazionale. Violerebbe infatti le regole fondamentali del diritto internazionale, che non riconosce un diritto generale alla secessione. Il diritto di secessione costituisce soltanto l'ultima ratio in circostanze eccezionali, che evidentemente non sono date nella fattispecie.

Il testo completo della mozione e della relativa risposta è disponibile qui.

Le reazioni

A Como hanno fatto i salti di gioia. Secondo un sondaggio online – quindi di scarso valore – su 2.500 votanti circa il 74% vedrebbe con piacere sventolare le bandiere rossocrociate lungo l’amato lago. Il quotidiano valdostano Aostasera.it ha lanciato un sondaggio analogo: al momento, votanti ancora pochi (circa 250), ma percentuali analoghe a quelle lombarde (il 72% degli internauti rossoneri colorerebbe di viola le nostre mucche pezzate).

Ribadisco che questi sondaggi trovano il tempo che trovano e sono spesso dettati dagli umori del momento e vanno dunque presi con le molle. Ma portano sicuramente a qualche ragionamento.

Silenzio (quasi) assordante da parte delle istituzioni locali. A parte una battuta di Alberto Zucchi all’ANSA ed un post di Luciano Caveri sul suo blog (vedi sotto il mio commento), nessuna altra reazione è emersa. Niente dal Presidente Rollandin – una reazione istituzionale sarebbe stata gradita –, nessun eco presso le opposizioni (Zucchi a parte, sempre che si tratti ancora di opposizione). Silenzio anche da parte del presidente del Mouvement Ego Perron, seppure vada ricordato che il partito di cui è leader s’ispira ai principi del federalismo cantonale, così come richiamati nella Dichiarazione di Chivasso e da molti esponenti del nazionalismo valdostano.

Mi ha invece stupito la reazione di Luciano Caveri. L’ex presidente della Regione ha liquidato l’affaire con un <è solo folklore> che mi sembra riduttivo, soprattutto da parte di chi, neppure troppo tempo fa, ricordava a Walter Veltroni i rischi di una rinascita secessionista in Valle d’Aosta. Oltretutto, da chi è rappresentante della Valle presso il Comitato delle Regioni, ci sarebbe potuto aspettare una dichiarazione più forte, attenta al ruolo che le regioni dovrebbero giocare nella partita europea e coerente con la richiesta di maggiore autonomia e partecipazione nel processo decisionale dell’Unione. Caveri, per esperienza politica diretta, conosce bene l’argomento, e l’ha anche dimostrato con alcuni provvedimenti molto attenti alla dimensione europea della VdA. La sua reazione mi è perciò sembrata disattenta.

In sostanza: occasione persa? Boutade a cui non dare seguito? Sotto, per chi fosse interessato, spiego perché, a mio modo di vedere, la VdA avrebbe dovuto porre più attenzione alla vicenda.

Questione federale

Che lo Stato italiano, per tramite della Lega, stia virando verso il (para) federalismo lo sanno anche i sassi. Ciò che non si sa molto è che il modello propinato dai quattro saggi di Lorenzago e dal Prof. Antonini non è vero federalismo, ma una mera devoluzione di poteri e risorse senza un vero piano preciso. Oltretutto, il modello proposto diminuirà l’evidenza sul territorio delle autonomie speciali, cancellando secoli di storia con quattro righe di legge costituzionale.

La mozione Baettig poteva dunque servire come ariete per sfondare la porta del federalismo basato sull’associazionismo volontario: in altre parole, volete che la VdA sia parte dell’Italia federale? Benissimo, ma dev’essere anche la Valle a volerlo. Nessuno Stato federale è mai nato per “spacchettamento” di uno Stato unitario: l’Italia, apparentemente, sarà il primo caso. Ma nelle federazioni degne di questo nome, tra cui la Svizzera, le popolazioni delle unità territoriali sono state consultate prima di unirsi in un governo comune. Il punto è quindi questo: andrebbe chiesto ai valdostani se, una volta approvata la riforma federale dello Stato italiano, in questo Stato vogliano ancora rimanerci.

Il gioco (ossia la minaccia di un referendum) vale la candela? Sì, e per due motivi: in primis, sarebbe possibile negoziare con lo Stato italiano maggiori competenze (penso soprattutto al rappresentante in seno al Parlamento europeo ed alla partecipazione di una delegazione regionale alle riunioni del Consiglio dei Ministri dell’UE, come previsto – e mai applicato – sin dal 2006) e maggiore autonomia in campo fiscale, in barba alle compartecipazioni che mi sanno tanto di contentino; in secondo luogo, in caso di diniego al negoziato, la Valle d’Aosta potrebbe farsi portatrice del vero federalismo, dotandosi di una Costituzione (come tutti gli Stati americani, ad esempio) che la configuri come Stato all’interno della federazione italiana. E vengano pure a raccontarmi che il diritto internazionale non lo consente: nessuno ricorda i referendum per la secessione del Montenegro dalla Serbia, della Slovacchia dalla Repubblica Ceca o le consultazioni popolari per l’indipendenza della Catalunya?

L’Europa

Riguardo quanto riportato nell’ultima riga del paragrafo sopra, va relazionato il fermento etnico-politico che permea l’Europa tutta. Viviamo una nuova fase di “Europe des Régions ethniques” (per dirla con Guy Héraud) e manco ce ne stiamo accorgendo. La lenta spaccatura del Belgio, prossimo presidente di turno dell'UE, la pacifica transizione montenegrina, la Catalunya, gli indipendentisti sardi che tornano a crescere, la Francia che si apre alla riforma delle Collectivités Territoriales, sono solo alcuni dei segni di una vecchia Europa che non c’è più.

La Valle d’Aosta, impegnata a guardarsi le punte dei piedi (leggesi compartecipazioni fiscali), non riesce a vedere al di là del suo naso, e non ha il coraggio di appellarsi a quegli alleati naturali, Francia e Svizzera, che potrebbero sostenerla nel dialogo, sicuramente difficile, con uno Stato italiano che, proclami a parte, è estremamente disattento alle esigenze delle autonomie locali.

L’idea di un’Europa delle regioni non è di Bossi e Calderoli – come ci vorrebbero far credere, tronfi dell’intitolazione a Bruno Salvadori della loro sala riunioni alla Camera – ma dei cosiddetti “non conformistes des années ’30” francesi. Alexandre Marc e Denis de Rougemont sono i nomi più famosi di questa scuola, seguiti da Guy Héraud, padre putativo dei referendum d’indipendenza québécois, e preceduti, quantunque in maniera più filosofica, da Pierre-Joseph Prudhon (foto a sinistra), il francese coniatore dell'idea dell'ordine anarchico. Oggigiorno, queste teorie storiche sull’Europa regionale e aperta al dialogo sono principalmente rappresentate in Belgio – da Guy Verhofstadt in particolare – e Spagna, e vanno ascoltate e seguite, soprattutto in una nazione senza Stato come la nostra.

Non proseguo con il trattato di filosofia politica per non annoiare nessuno. Se qualcuno avesse piacere di approfondire l’argomento mi contatti. Sono ben lieto di discutere in merito.

Il nazionalismo

“Ogni collettività umana avente un riferimento comune ad una propria cultura e una propria tradizione storica, sviluppate su un territorio geograficamente determinato [...] costituisce un popolo. Ogni popolo ha il diritto di identificarsi in quanto tale. Ogni popolo ha il diritto ad affermarsi come nazione. (Dichiarazione Universale dei Diritti Collettivi dei Popoli - CONSEU, Barcellona, 27 maggio 1990).

Qui non si parla di nazionalismo nel senso becero del termine, ma del riconoscere, cosa che ha fatto in maniera alquanto stupefacente un destrorso antieuropeista svizzero, il crollo di un sistema ormai impotente, quale quello degli Stati sorti, in maniera più o meno definitiva, dal termine della Prima Guerra Mondiale. Si tratta di stabilire un nuovo ordine istituzionale continentale, per dare nuova linfa ad un’Europa ferma, sovrastata in termini di energia e crescita – economica, culturale, morale – non solo dal Nordamerica ma ormai anche dall’Asia, dall’Oceania e, ben presto, dal Sudamerica.

Io nell’Europa unita ci credo. E credo anche nelle regioni e negli individui che vi vivono, quali elementi di crescita per un’Unione davvero attenta alla coesione del territorio che rappresenta. Qualcuno, in giro per l’Europa - dalle Fiandre alla Catalunya, dalla Scozia al Montenegro, dalla Macedonia alle isole Åland – l’ha capito. E in Valle d’Aosta?

2 comments:

  1. Caro Federico noto con attenzione che sei sempre lo stesso e di questo ne sono davvero contento.
    Leggendo quanto scritto non ho molto da commentare sulla vostra storia della quale non sono molto preparato però mi piacerebbe fare una piccola riflessione su quanto accade da voi traslandola anche in altri luoghi che in questo caso diventano “comuni”.
    Sai che son tornato a vivere nel Salento. Un territorio che sta vivendo da anni una situazione all’estremo della tollerabilità. Il senso di secessionismo che pervade ormai tutta la nazione ha anche toccato il mio territorio.
    Da me si è costituito un comitato per la creazione della regione Salento (non curandoci delle conseguenze sulla spesa pubblica). Però capisco lo spirito esasperato del movimento. I centri oramai sono saturi di egoismo e continuano a perpetrarlo. Le periferie non sono in grado di difendersi e continuano a subire. Ma come riusciremo a cambiare l’andamento se continuiamo a muoverci solo per limitare i danni senza impegnarci a risolvere i problemi?
    Io non condivido il federalismo Leghista ma al contempo non rifiuto un concetto federale fatto per bene, rispettando un principio di equità che è descritto nella costituzione e che è ben diverso da quello che si sta professando in questi anni e che se applicato con i sani principi metterebbe fine ad una tanto sofferta “questione meridionale”. (su questo argomento evito di dilungarmi ).
    Vorrei poterti riempire di soluzione, ma non è semplice. Di sicuro non proporrò un cambio di guardia dei soggetti politici perché la loro incapacità è oramai diffusa in tutti i livelli, ma penserei ad un cambio nei metodi di selezione degli aspiranti rappresentanti. Lo strumento del tesseramento nei partiti politici ha dimostrato la sua inefficienza ed incapacità selettiva. Se tanto parliamo di merito forse questo concetto dovrebbe partire proprio da lì.
    Ciao Fede e spero di vederti presto.
    Francesco Taurino

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  2. Caro Francesco,
    anzitutto grazie per il tuo commento e il tuo interesse, che sono più che benvenuti.
    La tua riflessione è interessante, perché sottolinea come il tema delle divisioni e delle spaccature lungo tutta la penisola sia ormai dilagante. Il punto centrale, a mio avviso, è questo: si è rotto l'elemento solidale che tiene insieme una nazione. Non c'è solidarietà tra nord e sud, tra regione e regione, tra comune e comune, e il caso che tu espliciti è emblematico. E se una nazione non ha più solidarietà tra i cittadini che la abitano, allora non è più tale, non è più una nazione, e non ha più senso d'esistere. Non voglio giustificare il para-secessionismo del becero leghismo (la Padania è un'immensa invenzione), ma credo che l'Italia, così com'è nata dopo la seconda guerra mondiale, non esista più. Non penso si arriverà mai alla secessione, ma il punto è che ci siamo persi, smarriti, come nazione. E allora, mi domando: vale ancora la pena restare insieme?
    Francesco, grazie ancora del tuo commento! spero di risentirti presto.
    Un abbraccio,
    Federico

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